La shrinkflation — confezioni più piccole allo stesso prezzo — è la forma di rincaro più difficile da vedere per chi fa la spesa con una pensione o un reddito fisso. Dal 1° luglio 2026 l’articolo 15-bis del Codice del consumo introduce un obbligo di etichetta per i casi in cui la quantità si riduce e il prezzo unitario sale. Ma nell’attesa, la difesa più concreta è già disponibile sullo scaffale: il prezzo al chilo.
Cos’è la shrinkflation e perché è difficile da notare?
La shrinkflation è la pratica di ridurre la quantità netta di un prodotto preconfezionato mantenendo il prezzo della confezione invariato — o addirittura aumentandolo di poco, per rendere il rincaro ancora meno percettibile. Non è automaticamente una truffa: la legge non vieta di cambiare il formato di un prodotto. Il problema nasce quando la riduzione non è segnalata in modo chiaro e il consumatore non se ne accorge.
Per chi vive con una pensione o gestisce il budget di una famiglia con redditi fissi, l’effetto si accumula mese dopo mese: meno grammi di pasta, meno caffè, meno detersivo per lo stesso prezzo. Singolarmente invisibile, complessivamente pesante.
Come si legge il prezzo al chilo sullo scaffale?
Il dato più utile non è il prezzo della confezione: è il prezzo unitario (al chilo, al litro, al metro) esposto per legge sul cartellino dello scaffale. Questo è il confronto pulito.
Un esempio concreto: una confezione da 350 grammi a 2,99 euro costa 8,54 euro al chilo. Se lo stesso prodotto passa a 300 grammi mantenendo lo stesso prezzo, il costo al chilo sale a 9,97 euro — un aumento del 17% invisibile se si guarda solo il cartellino grande.
La regola pratica è semplice: confronta sempre il prezzo al chilo, non il prezzo della confezione. Questo vale in modo particolare per i prodotti ricorrenti — pasta, riso, biscotti, tonno, detersivi, carta, prodotti per l’igiene — dove le variazioni di formato sono più frequenti.
Il controllo diventa ancora più importante quando cambia la forma della confezione: un pacco più alto, una bottiglia leggermente diversa, una scatola con più spazio interno. Sono segnali che la quantità potrebbe essere cambiata. Non serve fare calcoli complicati ogni volta: basta abituarsi a leggere il peso netto e il prezzo unitario.
Cosa cambia dal 1° luglio 2026 sull’etichetta?
La novità normativa riguarda i casi in cui il prodotto preconfezionato mantiene sostanzialmente il precedente confezionamento, ma contiene una quantità nominale inferiore e, contemporaneamente, il prezzo per unità di misura aumenta. L’articolo 15-bis del Codice del consumo, introdotto dalla Legge 2 dicembre 2025, n. 182, prevede che il consumatore sia informato tramite una dicitura visibile nel campo frontale della confezione o con un’etichetta adesiva.
Le disposizioni si applicano dal 1° luglio 2026. L’obbligo informativo vale per sei mesi dalla data di immissione in commercio del prodotto interessato.
C’è però un elemento da tenere presente: questa regola non trasforma ogni modifica di formato in una violazione. Il problema nasce specificamente quando la quantità si riduce e il prezzo unitario aumenta senza che il consumatore possa rendersene conto facilmente.
Il confronto europeo è ancora aperto
Sull’etichetta italiana si è aperta una controversia con Bruxelles. Secondo quanto riportato da Teleborsa/ANSA, la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione ritenendo che l’obbligo nazionale possa essere sproporzionato rispetto al principio di libera circolazione delle merci.
Questo non cambia il problema pratico per chi fa la spesa: confrontare quantità e prezzo unitario resta il comportamento corretto indipendentemente dall’esito del confronto istituzionale. Significa però che il quadro normativo può ancora evolversi. Meglio non fare affidamento sull’etichetta come unica difesa.
Le tre mosse pratiche al supermercato
Prima mossa: tieni un riferimento. Annotate mentalmente (o sul telefono) il formato dei prodotti che acquistate spesso. Se un pacco di biscotti passa da 350 a 300 grammi, o un flacone da 1 litro diventa da 900 ml, il cambiamento si nota solo se hai un termine di paragone.
Seconda mossa: confronta i formati dello stesso prodotto. Le confezioni “famiglia” non sono sempre più convenienti, e le offerte 2x1 non battono automaticamente il prezzo al chilo del prodotto singolo. Il cartellino del prezzo unitario è il confronto più affidabile.
Terza mossa: considera le alternative. Se un prodotto abituale è diventato più caro al chilo, vale la pena valutare la private label, un formato alternativo o un prodotto equivalente. Per chi gestisce la spesa di una persona anziana o di una famiglia con redditi fissi, questa abitudine può fare una differenza reale a fine mese.
Quando segnalare un problema
Se il prezzo unitario non è esposto correttamente, le informazioni obbligatorie mancano o si ritiene di essere stati ingannati da una pratica commerciale scorretta, è possibile conservare scontrino, foto del cartellino e confezione originale. L’AGCM mette a disposizione strumenti informativi e canali per le segnalazioni.
Non ogni riduzione di formato è un illecito, ma ogni consumatore ha diritto a informazioni chiare e confrontabili. E nella spesa quotidiana la chiarezza vale denaro: soprattutto per chi non può permettersi di accorgersi dei rincari solo quando il carrello ha già superato il budget.
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